Detailed review by paulex
Al termine di un lungo giro all'interno degli Emirati Arabi, torniamo a Dubai, mèta d'obbligo per rientrare in Italia. E' una città che conosciamo molto bene, anche se, incredibilmente, ogni volta c'è qualcosa di nuovo; quindi, avendo qualche ora libera, decidiamo di andare a vedere un centro commerciale molto periferico, che fino ad ora avevamo tralasciato, che si chiama Ibn Battuta mall. Già il nome mi incuriosisce: che sarà mai quel "Battuta" che ha un suono familiare e richiama tanto qualche ricetta di cucina? Prendiamo un taxi (a Dubai si può, sono molto a buon mercato), e ci facciamo portare a questo "mall" (i tassisti li conoscono benissimo tutti, senza bisogno di specificare indirizzi). Dopo aver tribolato un pò in mezzo al traffico di Dubai, ci porta a destinazione. Qui la prima sorpresa: non è il solito centro commerciale, tutto cemento, cristalli, faretti e luci al neon. L'ingresso è quello di un grande edificio dell'antica Cina, riproduce un po' il palazzo imperiale di Pechino, sulla piazza Tien An Men. Entro molto incuriosito.
Ibn Battuta Mall10
Ratings
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Accessibility
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"Must See"-Factor
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Budget Friendliness
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In un primo cortile, sulla destra, si apre un ampio portico, con una vasca centrale, ai cui bordi ci sono dei punti di ristoro ed in fondo un ristorante cinese. Si può mangiare fuori, ma la temperatura lo sconsiglia. Andiamo avanti, e ci troviamo nel centro commerciale vero e proprio. Ci sono grandi negozi che vendono mobili e, fin qui, tutto normale. Ma è l'ambientazione che mi stupisce: in una città volutamente ultramoderna, questo centro commerciale è tipicamente orientale, ovviamente ricostruito: l'arredo, l'ambientazione, l'illuminazione. Ai lati degli ampi corridoi ci sono i negozi, ma al centro, ogni tanto ci sono dei grandi espositori con dentro bussole, astrolabi, vecchie carte geografiche. Leggo le didascalie, scritte in arabo e, fortunatamente, in inglese. Ed ecco la spiegazione a tutti i miei interrogativi di prima. Narrano delle esplorazioni di Ibn Battuta, un geografo, esploratore e scrittore nato nel 1300 in Marocco che, dopo un primo pellegrinaggio alla Mecca intraprese diversi lunghi viaggi, sia verso l'estremo oriente che verso l'europa. Le didascalie ne ricostruiscono i viaggi, ne illustrano le scoperte. Man mano che vado avanti non guardo più le vetrine dei negozi. Sono affascinato dalle ambientazioni e dalla storia di Ibn Battuta. Una dopo l'altra, nel chilometro e mezzo dei corridoi del centro commerciale, si aprono le diverse ambientazioni: Tunisia Court, Egypt Court, Persia Court, India Court, per finire con Andalusia Court, la conquista araba in Europa, con la splendida fontana di Granada riprodotta a grandezza naturale. Ogni corridoio, ogni piazza di quello straordinario edificio riproduce elementi architettonici del paese a cui è dedicato. Ma neppure più questo mi interessa, cerco, uno dopo l'altro, gli espositori con la storia di questo fin allora sconosciuto Ibn Battuta: le sue carte geografiche, i suoi disegni, le riproduzioni degli oggetti raccolti nei suoi viaggi. Guardo le date: è tutto all'interno del secolo che va dal 1300 al 1400. E' l'epoca di Marco Polo. E a questo punto mi vergogno come un ladro. Com'è possibile che io, colto, europeo, viaggiatore non abbia mai sentito nominare questo personaggio, mentre tutti gli arabi conoscono, oltre a lui, anche Marco Polo?. C'è molto da rivedere nella nostra cultura.
Guardo affascinato gli itinerari percorsi, le relazioni inviate ai sovrani del vasto impero arabo del tempo, le spiegazioni sulle rotte delle spezie, sui luoghi di coltivazione delle piante del thè, le rotte più sicure e quelle più pericolose, le narrazioni degli itinerari delle carovane dall'asia estrema ai paesi arabi, all'europa. Come Marco Polo, ma noi non ne sappiamo niente.
Mi rendo conto che si è fatto più tardi di quel che pensassi, abbiamo perso troppo tempo dietro quelle vetrine con il racconto dei viaggi di Ibn Battuta. Stavolta le vetrine dei negozi grandi firme sono state snobbate.
Cerchiamo un taxi che ci riporti in albergo.
Lo shopping sarà per un'altra volta. Ma ne valeva la pena.