Detailed review by paulex
In epoche remote (ma non tanto), chi, per avventura o per dovere, si trovava ad addentrarsi nelle fitte foreste che coprono la quasi totalità del Borneo, aveva ben presente un imperativo preciso: evitare di incontrare qualche comunità di Dayaki di terra (Bidayuh) o di mare (Iban), che avevano in comune un brutto vizio: tagliare la testa ai visitatori e farne trofei.
I Dayaki, popolazione autoctona del Borneo, erano per questo conosciuti con l'appellativo di cacciatori di teste.
La tradizione del taglio della testa si perde nella notte dei tempi, ed è stata oggetto di studio da parte di una schiera nutrita di antropologi, psicologi e storici, che ci hanno fornito abbondanti notizie in merito.
La testa era considerata sede dell'anima, ed il cervello contenuto nella testa una fonte preziosissima di energia.
Quando nel villaggio qualcosa non andava per il verso giusto, e perciò si pensava che gli spiriti degli antenati protettori del villaggio non fossero contenti, gruppetti di giovani partivano alla caccia di altri uomini, amici o nemici che fossero, per impossessarsi delle loro teste, che, recise, venivano messe all'interno di contenitori sferici fatti con giunchi intrecciati e decorati.
Non venivano disossate e ridotte a piccole dimensioni, come le ''tsantsas'' sudamericane, ma lasciate così com'erano all'interno di quella specie di cestini.
Appese nelle capanne del villaggio fornivano l'energia sufficiente a tenere lontane le avversità finché qualche altra disgrazia non giungeva a turbare il quieto vivere della comunità, e allora si ripartiva alla caccia di altre teste.
Normalmente, i fornitori di teste per i Bidayuh erano gli Iban, e per gli Iban (che però pare fossero i più bravi) erano i Bidayuh. Non è, perciò, che le due comunità avessero particolari motivi di ostilità, ma solo che erano reciprocamente i più vicini fornitori di materia prima.
Sarà perché in giovane età sono stato un divoratore dei romanzi di Salgari, sarà per qualche altra oscura ragione, ma il volermi spingere all'interno della foresta pluviale del Borneo era dettato, oltre che dal motivo primario dell'amore per gli animali e la natura selvaggia, anche da quello secondario, e da molti miei amici giudicato malsano, di andare a cercare i cacciatori di teste.
Una cosa mi era subito balzata agli occhi: nello stato del Sarawak, sulle guide ufficiali, sugli opuscoli, sulle descrizioni di tutti i luoghi pubblici e privati, e perfino sulle descrizioni degli usi e costumi dei Dayaki, manca qualunque accenno alla loro vecchia abitudine.
Sono stato assalito ancora una volta dal dubbio che Salgari avesse lavorato troppo di fantasia.
Anche nella visita al Sarawak cultural village (v. mia opinione su questa attrazione), che raccoglie ben sette interessantissime repliche di abitazioni di altrettante etnie autoctone, nel pur completissimo libretto di informazioni, nel parlare degli Iban e dei Bidayuh non si faceva alcun cenno al loro passato di tagliatori di teste.
Solo alcune magliette al mercato, disegnate con i macabri trofei, avevano confermato le mie informazioni.
Nel lasciare Kuching per addentrarci nell'entroterra del Borneo, per raggiungere Batang Ai, avevo accolto perciò con grande interesse la proposta di fare una deviazione, e raggiungere il fiume Lemanak, dove ci sono ancora alcuni villaggi superstiti di Dayaki Iban che vivono nelle tradizionali longhouse.
Ci accompagnava il corpulento Nabul che ormai, più che un autista-guida era diventato quasi un amico.
Durante il lungo viaggio in pulmino, mi sono fatto spiegare nel dettaglio i rapporti tra le varie etnie malesi, in particolare quelle del Sarawak, e poi i rapporti tra loro e gli indonesiani, e i filippini: ne è uscito uno spaccato di vita vissuta davvero interessante, e abbastanza lontano, per sua stessa ammissione, da quelle che sono le posizioni ufficiali dei vari governi.
Per tornare al nostro argomento, mi aveva colpito, in particolare, una frase che aveva pronunciato, con un certo rammarico:
- Prima ci chiamavamo ''la terra dei cacciatori di teste'', adesso il governo del Sarawak vuole che ci chiamiamo ''la terra dei buceri''.
Ecco allora la conferma che Salgari non inventava più del dovuto, e che l'oscuramento della vecchia tradizione non era casuale.
Dopo alcune ore di viaggio, le cui tappe ho raccontato nell'opinione relativa allHilton di Batang Ai, arriviamo in prossimità del fiume Lemanak.
Menkak Longhouse10
Ratings
-
Accessibility
-
"Must See"-Factor
-
Budget Friendliness
-
Il Lemanak è un fiume di medie dimensioni, fangoso, color ocra carico, come tutti i fiumi del Borneo, e l'acqua, pur non essendo assolutamente inquinata, è fortemente colorata dall'argilla delle rive.
Ci fermiamo più volte in prossimità della sponda, perché voglio scattare foto. Nabul mi consiglia, però, di non avvicinarmi troppo all'acqua.
- Il Lemanak è infestato di coccodrilli - avverte - ce ne sono migliaia -.
Arriviamo in prossimità del villaggio Iban.
Essendo uno dei pochi rimasti allo stato primitivo, ed essendo perciò meta di turisti, pur se sporadici, i responsabili delle agenzie di escursioni hanno organizzato in uno spiazzo un paio di piccoli gabinetti rudimentali, di cui servirsi.
Nel villaggio, ovviamente, non ci sono servizi igienici: basta la giungla circostante.
- I Bidayuh non vogliono essere fotografati - mi dice Nabul - perché pensano che con l'immagine si porti via loro l'anima. Ma con gli Iban non ci sono problemi.
Si accede al villaggio da un ponte sospeso che attraversa il Lemanak.; ha un aspetto molto malfermo e da un lato è fortemente sbilenco e privo di mancorrente.
- è stato autocostruito dagli Iban - mi dice Nabul, ma la cosa non mi conforta particolarmente.
L'attraversiamo lentamente e nella parte dove è inclinato, mi attacco bene al mancorrente superstite, guardando il fiume che scorre sotto di noi.
Nabul sorride: capisce che sto pensando ai coccodrilli.
Attraversa più agevolmente di me nonostante i suoi oltre cento chili.
Arriviamo al villaggio : molte donne e bambini e alcuni vecchi.
- gli uomini sono al lavoro, nei campi - mi dice Nabul.
Ci sono anche molti cani; servono a dare l'allarme, soprattutto di notte, se qualche cobra cerca di salire sulle palafitte.
Alcune longhouse sono più recenti, altre molto più antiche, tutte in legno.
Sono costituite da palafitte con le abitazioni, e due verande comuni, che corrono lungo tutta la longhouse, una coperta e una scoperta, dove si svolge la vita della comunità, si lavora e si riposa. Le camerette interne, una per famiglia, vengono usate solo la notte.
Siamo oltre mezzogiorno, il caldo è soffocante, l'umidità altissima.
Entriamo in una longhouse. Scatto qualche foto, ma mi accorgo che, nonostante quanto aveva detto Nabul, gli Iban non sono affatto contenti di farsi fotografare.
Un uomo piuttosto giovane dà qualche segno di insofferenza e se ne va. Non sono molto abituati ai turisti. Metto via la macchina, non si sa mai che rispolverino qualche vecchia usanza.
Percorro lentamente la veranda coperta di un'altra longhouse.
Ed ecco - finalmente - la prova che cercavo ! .
Due teste attaccate ad una trave, in contenitori un po' malconci.
Chiedo conferma a Nabul : -sì, sono teste tagliate da guerrieri di questo villaggio - mi conferma.
Ritiro fuori le macchine riposte e scatto a raffica.
Questa volta gli Iban mi sorridono compiaciuti: non sembrano affatto imbarazzati dei loro trofei.
Un vecchio mi mostra i suoi tatuaggi. Spiegano che più un uomo è tatuato, maggiore è la sua attrattiva. Ogni tatuaggio ha un significato, a seconda della parte del corpo su cui è impresso.
Dappertutto, tranne che sulle dita.
Sulle dita è tabù, mi dice Nabul, indicando le dita.
Tabù !, tabù !, ripete il vecchio, con un'aria veramente spaventata.
Nabul mi spiega che tatuarsi le dita porta disgrazia a tutto il villaggio: solo una categoria di uomini può tatuarsi le dita : quelli che hanno tagliato teste e perciò sono graditi agli spiriti protettori del villaggio.
Il vecchio insiste per farci accovacciare su una stuoia a bere un liquore di riso.
Lo stato delle tazze in cui lo versa ve lo lascio immaginare.
Nabul dice che non posso rifiutare. Lo tracanno di un fiato, ma me ne versa altro. Con il caldo che fa, e il liquore di riso a stomaco vuoto, il sudore mi cola da tutte le parti.
Finalmente ci congediamo.
In segno di riconoscenza compro, per pochi spiccioli, una barchetta di legno e uno scudo Iban primitivamente intagliati dal vecchio.
Andando via dal villaggio, vedo gabbie con parecchi porcellini.
Il liquore di riso e la carne di maiale non sono alimenti consentiti dall'Islam, religione ufficiale Malay. Ma gli Iban sono animisti, e nessuno è in grado di far loro cambiare idea. Lo dimostra il vecchio feticcio di legno all'ingresso del villaggio, che digrigna i denti contro gli spiriti maligni.
Ma con il caldo che fa, come fanno a conservare la carne? Chiedo a Nabul.
-qui non si conserva nulla - mi risponde - quando uccidono un porcellino, lo cucinano e lo mangiano tutti insieme, prima di sera deve essere finito.
Uscendo dal villaggio alcuni giovani Iban che tornano al villaggio con della frutta mi salutano.
Guardo loro le dita: Nabul se ne accorge e sorride: - ormai teste non se ne tagliano più dice. E mi spiega che già dall '800 gli inglesi hanno cercato di sradicare questa tradizione: e ci sono quasi riusciti. Salvo rispolverarla, quando faceva loro comodo, durante l'invasione del Borneo da parte dei giapponesi nel corso della seconda guerra mondiale.
Gli Iban furono convinti a riprendere la vecchia usanza contro gli invasori: e loro accettarono questo ''revival'' ben volentieri.
Ora il governo del Sarawak vuole far dimenticare tutto alle giovani generazioni, e nelle scuole non si può parlare più di cacciatori di teste.
Probabilmente è giusto così.
Però, le teste tagliate appese al soffitto c'erano davvero.
Riattraversiamo il ponte sospeso; questa volta passo con più brio, anche in virtù delle tazze di liquore di riso che ho ingurgitato.
Andiamo verso lo spiazzo dove cè il pulmino.
Una ruspa sta spianando il terreno.
Nabul mi dice che costruiranno un parcheggio e una strada asfaltata, perché man mano la gente comincia ad arrivare, e sia i turisti che gli autisti dei pulmini trovano assai scomodo percorrere le lunghe piste sterrate come abbiamo fatto noi.
Immagino che tra alcuni anni ci saranno chioschi, venditori di bibite e di souvenir, il villaggio sarà pian piano sfigurato e gli Iban superstiti meno autentici.
Ma è il prezzo del progresso.
Faccio segno al manovratore della ruspa, con il tipico cappello di paglia a cono, se lo posso fotografare: annuisce, sorride soddisfatto e mette le dita a V in segno di vittoria.
E' stato l'unico Iban che si è fatto fotografare volentieri.